Euro? C’è chi dice no… Stampa
Scritto da Administrator   
Mercoledì 11 Dicembre 2013 16:55


Sia chiaro: nessuno dice che la Germania non abbia tratto il maggior vantaggio dall’introduzione dell’euro. Come nessuno dice che tale vantaggio non sia stato raggiunto a discapito degli altri. Già, perché in assenza di una unione politica che sovrintenda le regole di integrazione economica, del mercato del lavoro, della struttura fiscale e in generale della omogeneità del sistema, il cambio fisso dovuto all’adozione della moneta unica penalizza le economie meno competitive. Ed il fenomeno è addirittura esponenziale, tende sempre più a premiare i migliori perché i mercati preferiscono investire dove le cose vanno meglio. Ne consegue il forte surplus della bilancia dei pagamenti tedesca ed un deficit di quella degli altri stati membri, come anche un differenziale fra il costo del denaro nei paesi sfavoriti rispetto ai più virtuosi e per finire una maggior disoccupazione. In definitiva, peggiori condizioni di vita per i cittadini delle economie meno efficienti. Credo che fin qui non ci sia bisogno di alcun premio nobel per essere d’accordo.

E’ invece sulle azioni che personalmente dissento da alcuni illustri economisti i quali vedono nell’uscita dall’euro la soluzione a tutti i problemi.

Tornando cioè alla sovranità monetaria, dicono, si potrebbero adottare politiche di espansione basate su diversi livelli di spesa pubblica e magari di svalutazione che permetterebbero di compensare l’handicap, recuperando in sostanza il differenziale di inflazione e di produttività fra i diversi sistemi economici.

Il mercato in definitiva dovrebbe provvedere da solo a riequilibrare il sistema. Insomma uscire dall’asfittico rigore di bilancio imposto dalla tecnocrazia teutonica. Forse perché personalmente sono avvezzo a muovermi piuttosto nell’economia reale che non negli ambiti finanziari, ritengo questa soluzione fuorviante perché non agisce sulla causa del problema bensì adotta una scorciatoia già vista in passato. Il nostro paese, specialmente negli anni novanta, ha basato la crescita sulla svalutazione e sul debito pubblico. Questo ha portato le aziende a non investire in ricerca e prodotti di alta tecnologia lasciando la competizione sul prezzo e sul costo della manodopera, il tutto regolato saltuariamente dalla svalutazione che ha ripianato le cose. Con la leva della finanza abbiamo drogato il sistema e, nascondendo la testa sotto la sabbia, abbiamo accuratamente evitato di porre mano alle sacrosante riforme necessarie a portarci fra i “best practice” del mondo con l’ovvia conseguenza che i problemi sono rimasti lì, tali e quali e anzi, il tempo li ha solo peggiorati. Basta infatti guardare il grafico riportato per capire che, sia la crescita del debito pubblico che il livello della tassazione sul reddito, hanno cominciato a impennarsi già negli anni 80. Ovvero era già chiara la tendenza allo squilibrio del sistema molto ma molto prima dell'adozione dell'euro.

Rispetto al nostro paese la Germania ha un’industria manifatturiera più orientata a prodotti di alta tecnologia, con minore impiego di capitale umano e, per giunta, la dimensione delle aziende è maggiore.

Inoltre negli ultimi decenni, grazie ad una attenta gestione della cosa pubblica e ad una forte compressione della dinamica salariale, la Germania ha tenuto bassa l’inflazione e aumentato l’efficienza paese. Molti diranno che la qualità dei prodotti tedeschi è più marketing che sostanza ma di fatto, buoni processi e bassa burocrazia rendono le aziende capaci di ben competere sui mercati mondiali. Per contro la nostra industria è rimasta per lo più piccola o piccolissima, meno tecnologica, meno strutturata e meno capace di combattere specialmente su mercati difficili e  complessi. La competizione è ancora sul prezzo. Il sistema paese ha poi fatto il resto. Burocrazia, corruzione, sperpero di denaro pubblico, rigidità e costo del lavoro, assistenzialismo all’ennesima potenza hanno aumentato le difficoltà e le spese. Insomma mentre il mondo cambiava noi abbiamo dormito.

Tanto per discutere sui dati sappiate che la produttività del lavoro nel nostro paese (TFP) è inferiore oggi a quella di fine anni novanta. Abbiamo avuto la peggiore performance europea. Tutto ciò è dovuto al fatto che si è investito poco, i contratti di lavoro sono rigidi, tutelano chi il lavoro già ce l'ha anche se non produce, inoltre il costo del lavoro è troppo alto.

In termini di produttività siamo all'84% della media europea, sotto la media insomma. E sappiate anche che nella classifica stilata dall’IMD dove si misura la competitività dei paesi, siamo al 44 esimo posto su 60 analizzati. Ricordo che la competitività viene calcolata tenendo conto non solo delle performance economiche ma anche di quelle dei governi, della pubblica amministrazione e delle infrastrutture. La Germania è nona.

In pratica è assai più conveniente investire in Germania che da noi. Per i più tecnici si noti che la competitività potrebbe essere aumentata con leve fiscali anche in presenza della moneta unica, basterebbe infatti abbassare la tassazione sul lavoro, il famoso cuneo fiscale ed eventualmente aumentare l'IVA proporzionalmente, un provvedimento già più volte evocato da tutto il mondo economico che ridurrebbe, per giunta, anche l'evasione fiscale. E se questo non bastasse vi ricordo ancora che Transparency International per il 2011 pone il nostro paese al 69° posto su 182 presi in esame per livello di corruzione. Secondo la Corte dei Conti il malaffare amministrativo ci costerebbe 60 miliardi di euro l’anno. Praticamente la metà di tutta la corruzione dell’Unione Europea. Ma non è finita qui. Sempre secondo la Corte dei Conti un autentico fiume di denaro viene assorbito dalla evasione fiscale stimata attorno a 100-120 miliardi di euro mentre per la sola IVA l’evasione viaggia al 36%. In definitiva il livello del “sommerso” in Italia è stimato al 27% del PIL, un autentico record mentre Germania e Francia sono attorno al 15%. A onor del vero dobbiamo anche dire che le percentuali sono piuttosto disomogenee su territorio e vanno dal 20% del Trentino al 27% della Lombardia fino al quasi il 60% di Sicilia e Campania.

E non possiamo poi non ricordare la trappola delle pensioni nelle quali il nostro paese ha deciso di investire pesantemente a scapito del lavoro. Abbiamo distribuito assegni a destra e a manca senza una adeguata copertura. In pratica la maggior parte dei pensionati non si è guadagnato quanto percepisce, complice una legislazione basata sul metodo di calcolo “retributivo”, un autentico sopruso ai danni dei lavoratori e dei giovani. Meglio riposare che lavorare insomma.

Secondo INPS, le pensioni che non hanno adeguata copertura valgono la stratosferica cifra di 50 miliardi anno. E per finire riporterò i dati della Commissione Europea che vede per il nostro paese nei prossimi anni un’incidenza del 14,1% del costo delle pensioni sul PiL mentre per la Germania sarebbe del 10,5%.

Di converso il tasso di occupazione dei lavoratori di età compresa fra i 55 e i 65 anni è del 36% nel nostro paese contro il 56% della Germania.

E come se non bastasse, le nostre sono anche le pensioni più generose d’Europa.

Secondo il rapporto “Pension at a Glance 2013”, gli over 65 anni italiani hanno redditi sopra la media Ocse (23.306 dollari l’anno, contro 21.480 dollari) cioè una percentuale sul reddito medio nazionale del 93,3%, contro una media Ocse dell’86,2%. Resta ancora da capire con quale senso di equità avvenga tutto questo dal momento che l’unico concetto veramente equo sarebbe quello che ognuno percepisca in ragione di quanto versato, senza sfruttare gli altri.

E poi c’è la cassa integrazione, un istituto ormai vecchio e superato che, ancora una volta paga per riposare. Un miliardo sono le ore che verranno liquidate quest’anno e altrettante l’anno scorso, un autentico fiume di denaro che non si capisce perché non possa essere utilizzato diversamente, ad esempio per opere di interesse collettivo. Se queste persone fossero state occupate per manutenere le scuole o gli ospedali avremmo le scuole e gli ospedali più belli del mondo. E si potrebbe parlare delle spiagge, delle strade, del territorio  giusto per fare qualche esempio. E’ chiaro come il sole che l’obiettivo deve essere quello di offrire un lavoro alle persone meno fortunate, magari momentaneamente nel sociale, ma non un’elemosina tanto dispendiosa quanto inutile. Insomma noi abbiamo deciso che vivere riposando sulle spalle degli altri è meglio che lavorare. Però vogliamo avere sempre tutti i diritti, pignucolando per essere "servi" e non cittadini. La nostra equazione è consumare più risorse di quante ne produciamo, creare "stipendifici" a più non posso tanto che, secondo un recente studio della UIL, in Italia più di un milione di persone vive di politica per un costo di circa 23 miliardi anno, 1,5% del PIL. E questi sono solo alcuni esempi, potremmo dilungarci ad libitum su sprechi, opportunismi e anche reati che giornalmente vengono a galla, ma forse è meglio fermarci qui.

Per riassumere quindi malaffare e saccheggio della cosa pubblica sono il leitmotif anche della terza repubblica. E così, mentre eravamo intenti a discutere di “bunga bunga”, si è compiuta una desertificazione industriale senza pari, i capitali hanno preferito andare altrove o puntare su investimenti più sicuri come titoli di stato o fondi comuni, un fenomeno che in Germania è stato senz’altro meno acuto per i motivi visti sopra. Rimane quindi aperta la domanda. Ma con un sistema tanto inefficiente potremmo mai essere vincenti? Questi sono i problemi dell’economia reale, di cui la parte finanziaria è senz’altro importante ma non sufficiente. Potrà forse il ritorno alla lira eliminare la corruzione? Eppure la Germania fino negli anni novanta era “il malato d’Europa”. E non è stata l’adozione dell’euro la medicina che ha compiuto il miracolo, ma le riforme. L’euro è stato solo ulteriore benzina nel motore. Del resto il Regno Unito, che nell’euro non è entrato affatto, le riforme le ha comunque messe in cantiere, e pure realizzate già da anni. Per questo oggi sta meglio di noi. Non si capisce quindi perché anche il nostro paese non possa fare la stessa cosa invece di lasciarasi andare a piagnistei e vittimismo. Anzi, a dirla tutta, il ritorno alla valuta nazionale sarebbe pure dannoso in quanto con la possibilità di stampare moneta, aumentare il debito senza alcun obbligo sul pareggio di bilancio, ricomincerebbe la sagra dello spreco, del debito e dell’inflazione a due cifre. Come un paese da terzo mondo insomma. Un po’ come assumere l’aspirina per calmare la febbre dovuta ad una infezione. La febbre in effetti scende momentaneamente, ma risalirà più tardi se non si combatte la causa, cioè l’infezione, con un adeguato antibiotico.

Ma sopratutto, se noi non vogliamo morire o assistere allo sfascio, dovremo agire per necessità, dovremo ripensare le regole da paese normale che spende per quello che incassa, con una pubblica amministrazione efficiente, con l’idea ben chiara che equità non significa assistenzialismo selvaggio e sprechi, un paese che metta al centro la ricerca, la cultura e l’innovazione (siamo al 35esimo posto nella classifica mondiale), la meritocrazia, il lavoro vero, un paese insomma che possa riportare i capitali e gli investimenti nell’economia reale, ma soprattutto dovremo ripensare nel profondo la nostra coscienza di collettività  perchè un buon paese è fatto soprattutto da buoni cittadini. Altro che aspirine.

 

Claudio Donini

 

 

 

Articolo pubblicato anche da Agoravox Italia, da L'Altroquotidiano


Ultimo aggiornamento Venerdì 25 Maggio 2018 08:22