Home Politica, Società, Media Il mondo al bivio. Recessione o decrescita?

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Il mondo al bivio. Recessione o decrescita? PDF Stampa E-mail
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Politica, Società, Media - Politica, Società, Media
Scritto da Administrator   
Domenica 29 Maggio 2011 20:37

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Le crisi ricorrenti della nostra società, le differenze sociali sempre più marcate, l’alienazione dell’uomo moderno sono i sintomi di un modello di sviluppo in stallo. Ripensarlo a “misura d’uomo” significa garantire la sopravvivenza della specie.

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Il tutto nasce da una costatazione e da una domanda. La costatazione è che il nostro mondo, la società in cui viviamo, il nostro “territorio” insomma è pieno zeppo di oggetti obiettivamente inutili al nostro vivere. Oggetti che abbiamo acquistato piuttosto sull’onda del consumismo, del conformismo che per effettiva necessità. Nell'"homo oeconomicus" la "macchina desiderante" che lo caratterizza è completamente schiava del sistema dei simboli, drogata cioè dal desiderio di colmare mancanze effimere indotte da una società dell'immagine che tutto trasforma in un'orgia narcisistica  di consumo. Il manganello mediatico, abilmente brandito dalla televisione,  e che, nella pubblicità asfissiante, trova il suo specchio, compie poi il miracolo forgiando a dovere "l'opinione pubblica" ed i miti a cui conformarsi, a cui ubbidire senza neppure fiatare. L'archetipo cioè dell'uomo  moderno, bello, forte, ricco, vincente insomma, che "non deve chiedere mai". In altre parole una dittatura del consumo, dell'abbondanza e dello spreco senza limiti che condiziona e narcotizza le libere coscienze, un meccanismo diabolico volto a “gonfiare” a dismisura il mondo, a generare falsi bisogni  fino a renderci "geneticamente insoddisfatti", un meccanismo fine a se stesso, che consuma senza produrre beneficio, perfettamente progettato per favorire la crescita ad oltranza del sistema, a qualunque costo.  Non possiamo che assistere alla definitiva vittoria del consumo, il carnefice perfetto idolatrato dalle sue vittime, noi stessi. Protagonista è un libero mercato capace, in definitiva, di risolvere solo i problemi degli economisti, degli statisti, degli ingegneri, dei tecnocrati perché se da un lato è pur vero che sulla crescita la nostra società ha fatto le sue fortune, è però altrettanto evidente che questo meccanismo non può continuare all’infinito, ha il fiato corto, ma soprattutto non risolve i problemi della società e dell’uomo, anzi li crea. L’abuso delle risorse porterà inevitabilmente all’implosione del sistema.

d è in una società come questa che l’uomo moderno accetta di barattare il proprio tempo, il più grande bene che possiede, per il gioco malsano di produrre prima, per comprare e consumare poi, cose, oggetti, servizi, completamente inutili. Come gli indios d’America barattavano monete d’oro in cambio di specchietti e cianfrusaglie, "l’homo oecomonicus" baratta il suo bene più prezioso per una manciata di paccottiglia, per subire la meccanica scansione del proprio tempo, rigidamente ancorata al ritmo del lavoro e del tempo libero.  Ma il sistema fa’ di più, molto di più, organizzando anche quest’ultimo, il tempo libero, con lo stessa logica di quello lavorativo, obbligati come siamo a sfruttarlo pienamente, a divertirci a prescindere. E' vietato perdere o sciupare il tempo. E così il “turno giornaliero” è quello adibito al lavoro, mentre il “turno di notte” al divertimento, ai ristoranti, balli, viaggi, musei, al "bazar globale" insomma.  L’anatomia del villaggio turistico è uno spaccato esemplare del villaggio globale.  Il giorno scandito dallo sport, ginnastica, corsi di cucina mentre  la sera  dallo spettacolo, discoteca, caraoke. Le facce allegre e soddisfatte dei turisti sono garanzia del gradimento. L’uomo moderno è diventato un pigro esecutore, abbisogna del rassicurante “già pensato”, dell’adattamento al gruppo, preferisce farsi usare, conformarsi, perché ormai incapace di affrontare la propria libertà, quella vera, di sostenere la fatica della solitudine creativa, perfino nel divertimento, figuriamoci nel resto.

d è da questa costatazione che nasce la domanda. Se si eliminasse l’inutile, l’artefatto, se avessimo cioè un’auto, una casa, una televisione, se avessimo a disposizione la metà dei canali televisivi, metà vestiti e scarpe, metà del conto in banca, se uscissimo a cena la metà delle volte, insomma se consumassimo la metà ma potessimo anche lavorare la metà, produrre la metà ed avere quindi il doppio del tempo a disposizione saremmo più soddisfatti e la vita ne gioverebbe? Insomma se pensassimo alla decrescita organizzata, eliminando le cose inutili, per dedicarci a vivere diversamente, riappropriandoci di noi stessi,  saremmo forse più felici? Se il nostro tempo fosse libero davvero, se non avessimo la paura di perderlo, se riuscissimo a pensare che il tempo non è denaro, se sostituissimo la passività della televisione con l’energia del teatro, la carta con internet, le autostrade col telelavoro, le centrali nucleari con il risparmio energetico, le automobili con l’informazione, le pesche dellla California con quelle dell’orto, la pubblicità con la poesia, "l’isola dei famosi" con la cultura, il cemento delle seconde e terze case con alberi ed energie rinnovabili, l'arte del riciclo al posto dello spreco, se le risorse andassero alla ricerca, alla conoscenza e non alla finanza selvaggia, se si smettesse di pensare al mondo come un territorio da colonizzare, sfruttare, inquinare, da sacrificare sull'altare dell'economia, se si parlasse di decrescita sostenibile invece che di crescita ad oltranza, significherebbe tornare al baratto e alle caverne o tornare all’uomo come fine e non come mezzo? Il fatto è che l’attuale società è fortemente strutturata proprio per il contrario, senza nessuna concessione  ad alcuno, neppure a coloro che volessero tentare vie diverse, anzi se ne guarda bene per non esserne intossicata. Forse bisognerebbe allora ricordare a tutti che la felicità non è cercare di “avere” per soddisfare i propri bisogni, spesso falsi, ma adattare i propri bisogni veri a ciò che si ha, che, per l’uomo moderno è già moltissimo, anzi decisamente troppo perchè come dice Lao Tze "ricco è colui che possiede abbastanza".

Claudio Donini per www.alfadixit.com. Riproduzione vietata salvo autorizzazione.

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Articolo pubblicato anche da Agoravox Italia www.agoravox.it, da Decrescita felice www.decrescita.com, da Cado in Piedi www.cadoinpiedi.it , da Solare news  www.solarenews.it , da Rassegna www.rassegna.it, dal quotidiano on line l'altroquotidiano , www.altroquotidiano.it

 

Per approfondimenti

J. Baudrillard. La società dei consumi. Il Mulino.

D. Riesman. La folla solitaria. Il Mulino.

E. Fromm. Fuga dalla libertà. Mondadori.

J. Galbraith. La società opulenta. Bollati Boringhieri.

U. Eco. Apocalittici e integrati. Bompiani.

S. Latouche. Come si esce dalla società dei consumi. Bollati Boringhieri.

J. Lovelock. Gaia. Bollati Boringhieri.

G. Deleuze, F. Guattari. L'antiedipo. Einaudi.

G. Debord. La società dello spettacolo. Baldini e Castoldi.

U. Galimberti. Miti del nostro tempo. Feltrinelli.

Ultimo aggiornamento Venerdì 18 Aprile 2014 06:58
 

Commenti  

 
0 #2 Alfa CD 2011-10-21 17:12
Faccio presente che, una decrescita felice, con piu' tempo, risorse per i Cittadini è il contrario della decrescita INFELICe attualmente in corso.
Edoardo Trotta 10:53
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0 #1 Alfa CD 2011-10-21 17:11
2Articolo interessante e condivisibile, ci vuole però un gran coraggio per imboccare una strada del genere, coraggio che la nostra società non ha. real max21.
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