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Sulla sentenza Thyssen Krupp PDF Stampa E-mail
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Scritto da Alfa CD   
Sabato 23 Aprile 2011 08:26

Sicurezza del lavoro, responsabilità sociale e delle aziende.

Sicuramente la sentenza è severa, molto severa. Da manager e, per giunta, con tutte le deleghe alla sicurezza, sono anche un po’ preoccupato. L’idea che un incidente, per quanto serio e grave, sia giudicato “doloso” mi sembra un po’ punitiva.  Questo è però il responso della corte di Torino sul caso Thyssen Krupp, che, per certi versi, ritengo  esemplare e sul quale, passato il clamore mediatico, mi sento di fare qualche  riflessione. Certamente negli ultimi anni abbiamo tutti preso maggior coscienza della centralità della persona e della sicurezza nella società e nell’industria.

Chi come me, ormai da anni, si occupa di operations  sa bene che, forse a seguito di una normativa più puntuale ed esigente, o forse per una naturale maturazione professionale e sociale, le cose sono cambiate parecchio, almeno nei gruppi industriali di certe dimensioni.  La statistica dice che gli incidenti in Italia sono calati negli ultimi sette anni del 34% e  del 18% dal 2003 al 2007, qualche punto in più della media europea. Sta di fatto che da noi, oggi, esiste all’interno delle aziende un’organizzazione preposta alla vigilanza ed alla attuazione delle regole, corsi obbligatori, responsabilità diffuse, statistiche, dati, e, per quanto mi riguarda, anche un canale di comunicazione messo in piedi dall’azienda nei confronti dei lavoratori attraverso, fra l’altro, indicatori posti in evidenza direttamente nelle fabbriche per informare su quanti e quali incidenti si sono verificati, le azioni intraprese, l’esito delle verifiche periodiche eseguite nell’area. Un modo cioè di veicolare il messaggio chiaro e forte che la sicurezza è centrale per l’organizzazione e che non è assolutamente solo un mero fatto burocratico. Cose a volte semplici ma assolutamente inesistenti  solo dieci anni fa.

Ho letto in questi giorni critiche anche feroci alla sentenza Thyssen, critiche, a me sembra, più dal sapore della scusante che non di vere e fondate ragioni,  e che, peraltro, sono assolutamente deleterie per la già fragile cultura sociale verso questi temi. Non si può dire che le pratiche per la sicurezza non vengono correttamente applicate per eccessiva burocrazia, per un approccio repressivo del sistema, perché non ci sono controlli, perché si devono sostenere costi eccessivi, perché le leggi e regolamenti sono inefficaci o sbagliati o, come dice il presidente degli industriali torinesi Carbonato, perché la sentenza “crea un  clima intimidatorio” o perché “la stragrande maggioranza degli accadimenti infortunistici dipende dal fattore umano”.  In tutta coscienza credo che fare sicurezza sia meramente un fatto di cultura e di serietà professionale, credo che la maggior parte delle situazioni di pericolo si possano sanare prestandovi l’attenzione necessaria e attuando le dovute azioni. I peggiori nemici sono la superficialità, l’incuria, la non cultura, la paura delle proprie responsabilità. Certo non esiste la sicurezza assoluta, esiste invece un rischio legato al fattore umano, a impianti a volte un po’ datati e che quindi non assicurano lo stesso livello di rischio di quelli moderni, ma è anche vero che tale rischio residuo deve essere attentamente, seriamente, valutato, e che il prodigarsi perché sia minimizzato è un dovere primario, assoluto la cui assenza deve essere senz'altro sanzionata senza se e senza ma.

Se, come credo sia accaduto nel caso Thyssen, viene  dimostrata la deliberata volontà, la piena coscienza di non garantire neppure i livelli minimi, ebbene allora bisogna anche subirne le conseguenze, che non possono essere che quelle viste.  Credo che a fronte di una seria politica per la sicurezza, attuata con scrupolo e professionalità, nessuna azienda debba temere “ritorsioni” o “vendette”.  La società intera ha tutto il diritto di “alzare l’asticella” sulla materia e non si tema che questo porterà le aziende ad abbandonare il paese.  Stiano tranquilli imprenditori e manager, le società  rimangono in Italia quando è conveniente farlo, quando le tasse sono adeguate e lo stato funziona, rimangono perché la produttività è alta, il sindacato aperto, le infrastrutture efficienti non certamente perché i morti sono a buon mercato. Di tutto il nostro paese ha bisogno ma proprio non di questo.

C.D. per Alfadixit.com

Articolo pubblicato anche da Agoravox Italia

 

Commenti  

 
0 #3 nonnoFranco 2014-03-27 08:05
PERSUADER-DISSUADERE-PUNIRE
Citazione
 
 
0 #2 Alfa CD 2011-05-11 07:04
Sono un operaio della ThyssenKrupp e oltre a lavorare alla Linea 5 (quella in cui lavoravano i ragazzi che sono morti) dello stabilimento torinese ho seguito tutte le udienze del processo. Mi sento quindi in dovere, come parte in causa, di fare alcune riflessioni sulla sentenza. E di carattere più generale.
Ovviamente, per motivi legati all’appartenenz a di classe, non posso che essere contrario con Oscar Giannino, il quale minimizza un fatto assai grave. Al di là dell’applauso degli industriali, scontato da parte di chi produce PIL sfruttando il lavoro rubato agli operai che si sacrificano, lavorando in condizioni difficili e precarie, rischiando continuamente la vita, per poche centinaia di euro al mese, insufficienti per vivere dignitosamente (questo sì meriterebbe un infinito e ininterrotto applauso per ogni lavoratore!) tributato ad Espenhahn il fatto grave è averlo invitato ad intervenire in quel consesso.
Emma Marcegaglia corre ai ripari troppo tardi e le sue argomentazioni (la promessa di un maggiore impegno delle imprese per la sicurezza nei luoghi di lavoro) appaiono assai deboli: rassicurazioni già sentite e puntualmente smentite, nei fatti, ogni sette ore, ogni qualvolta in Italia muore un lavoratore. E anche nelle fabbriche di proprietà della Marcegaglia, il più grande produttore italiano di tubi, non sono mancati i morti sul lavoro. Ed è pur vero che l’acciaio utilizzato nel produrre i tubi della Marcegaglia proviene in gran parte dagli stabilimeneti della ThyssenKrupp. Questo lo so per certo. Normale quindi la solidarietà corporativa e commerciale. Non mi sorprende affatto questa vicinanza della Confindustria ad Espenhahn. Chi è abituato a ritenere il lavoro ed i lavoratori come semplici voci spese e accessori della produzione non è certo nuovo a questo tipo di valutazioni. E poi Giannino dice che i morti sul lavoro in Italia sono in diminuzione: semplicemente fantascienza! Sono calati di pochissimo ma non dimentichiamo che milioni di lavoratori sono in cassa integrazione, esclusi da qualsiasi rischio disunire infortuni sul lavoro…le cose vanno dette
Questa sentenza è solo un primo piccolo passo per ricostruire la verità sulle responsabilità per la strage del 6 dicembre. Per anni altre stragi sono rimaste impunite, come se la colpa di quelle morti non fosse attribuibile ad alcun colpevole. Ma sappiamo tutti benissimo che non è così. E anche gli ad delle aziende lo sanno bene. Le scelte su investimenti, acquisti, scelte produttive, tutto ciò che riguarda l’impresa, quindi anche la sicurezza, ricadono, giustamente, su di essi. Eppure i commenti degli industriali, sono chiari e univoci: sentenza sconcertante, troppo dura, pene accessorie troppo onerose, allontanerebber o gli investimenti stranieri, ecc.
Una vera giustizia avrebbe già sbattuto in galera Espenhahn la mattina del 6 dicembre, quando l’Azienda, su iniziativa di Cosimo Cafueri (RSPP dello stabilimento torinese, imputato e indagato per i reati di istigazione alla falsa testimonianza e falsa testimonianza, oltre che per omicidio colposo con colpa cosciente e omissione di cautele antinfortunisti che) inviava in azienda un addetto della ditta responsabile della manutenzione degli estintori per tentare di sostituire quelli non funzionanti e non revisionati (come previsto dalla legge). Tentativo per fortuna sventato dagli operai in presidio, che hanno subito chiamato le forze dell’ordine.
Dalle prove irripetibili svolte dalla Procura è risultato poi che, oltre al fatto che molti di questi fossero del tutto vuoti o quasi, altri erano completamente vuoti nonostante fossero stati revisionati e ancora muniti di sigillo!
Non dimentichiamoci poi le 10 persone indagate (ex operai) indagati per falsa testimonianza, rinviati a giudizio per un processo che partirà in seguito, dove sono indagati anche 4 ispettori dell’Asl che avvertivano preventivamente l’Azienda dei sopralluoghi. Dulcis in fundo: indagato per omiciso colposo anche il consulente tecnico dell’Azinda, l’Ing. Berardino Queto, lo stesso che aveva stilato per la ThyssenKrupp l’ultimo documento di valutazione dei rischi.
Difendere queste persone già di per sè è vergognoso per la tenuta avuta prima e durante il processo. E questo per parlare solo della vicenda giudiziaria, senza dimenticare le ignobili discriminazioni , vessazioni e comportamenti arbitrari e illegali adottate nei confronti dei lavoratori costituiti Parte Civile nel processo, non ricollocati, come invece sancito da un accordo siglato da Azienda, Enti locali e organizzazioni sindacali.
Come vergognoso è il fatto che gli imputati siano ancora a piede libero. Ancora più vergognoso è invitare una persona simile ad intervenire formalmente, come un cittadino qualunque. Applaudirlo è altrettanto grave ma, come ripeto, dalla Confindustria non ci si poteva aspettare certo una presa di distanza. Di imprenditori come Espenhan, e anche peggio di lui, ce ne sono a centinaia. Vogliamo dimenticare Emilio Riva (Ilva di Taranto: 180 morti, 8 mila invalidi, 20 mila morti di cancro e leucemia) o Giorgio Del Papa (Umbria Olii di Campello sul Clitunno: esplosione di un silos, 4 morti; prima chiama in giudizio i consulenti della Procura per “danno”, poi ricusa prima i giudici del tribunale civile e poi di quello penale, infine, oltraggio finale, chiede 35 milioni di risarcimento ai familiri delle vittime e all’unico superstite; la Confindustria locale, ovviamente, è vicino alle famiglie però prende le difese di Del Papa, così come numerosi esponenti politici e sindacali locali. Prima di qualsiasi cosa viene la produzione!!! Chi se ne frega se crepano i lavoratori…)? E questi sono solo due casi. Ma ci sono tanti altri casi: Eternit, Mineo, Saras, MecNavi, Viareggio, Molino Cordero di Fossano, il terremoto dell’Aquila, ecc.
Tutti morti da profitto dei soliti industriali e imprenditori senza scrupoli e di chi li sostiene (politici, palazzinari, affaristi, mafiosi, ecc).
La questione non è, come vorrebbe far credere qualcuno, premiare i buoni e punire i cattivi. La questione è un’altra: semplicemente non ci sono padroni buoni e padroni cattivi. I padroni sono tutti uguali, il loro fine primario è valorizzare il capitale, poi viene tutto il resto. E anche quando applicano le norme di sicurezza lo fanno solo perchè sono costretti a farlo, non per convinzione o perchè tengano particolarmente alla vita dei lavoratori.
Il problema vero è un altro: superare questo modo di produrre, eliminando la proprietà dei mezzi di produzione nazionalizzando tutte le produzioni. Collettivizzand o tutti i settori dell’economia, eliminando le produzioni nocive e inutili (tantissime), producendo solo ciò che serve per vivere dignitosamente e non ciò che fa fare profitto. E questo potrà farlo solo un governo in mano alle masse popolari, capaci di tramutare in leggi e piani nazionali le proprie rivendicazioni e aspettative.
Gli operai sanno già come si produce, senza bisogno che ci sia il direttore a spiegargli in che modo. E ormai sempre più persone, a causa della crisi e delle conseguenze funeste che stiamo pagando, si rendono conto che questo sistema sociale e produttivo che genera morti, malattie, abbrutimento, apatia, distruzione ambientale, emarginazione, omofobia, guerre, droga, ecc. è necessario e doveroso superarlo.
La Confindustria i suoi lacchè ovviamente (molti: il Vaticano, la mafia, i personaggi concertativi posti alla testa di movimenti, partiti, associazioni e sindacati buoni solo a fare i pompieri e spegnere le lotte, i vari rinnegati ed ex nei partiti della sinistra come i finti comunisti Vendola, D’Alema e Bertinotti, Bersani, ecc., solo per citarne alcuni tra i più insulsi e fastidiosi, veri e propri nemici della classe operaia) remano da tutt’altra parte, appoggiando il piano Marchionne che fa scempio dei diritti dei lavoratori, del CCNL, della rappresentanza sindacale, promette investimenti e crea solo cassa integrazione, opere pubbliche inutili (Tav, discariche come a Terzigno e Pianura, ecc), creando sfiducia e rassegnazione nelle masse.
Tuttavia il seme della lotta di classe in questo Paese è sempre fecondo: Terzigno, Val Susa, Innse, Movimento Pastori Sardi, Alcoa, immigrati sulla torre a Brescia e Milano, condanne nel processo ThyssenKrupp sono vittorie parziali ma sostanziali strappate alla classe (oggi) dominante ottenute con la lotta. Il che dimostra pero che si può fare, che la crisi non si deve necessariamente subire.
Conflitto sociale che la crisi rende sempre più acuto e il Paese sempre più ingovernabile: si tratta di rafforzare il coordinamento tra tutte quelle realtà che già oggi lottano (separatamente, purtroppo) in rispettivi ambiti, chi contro le morti sul lavoro, chi contro la devastazione ambientale, chi per il rispetto della Costituzione, ecc.
Superare quindi il settarismo, la logica dell’orticello, diffusasi come un cancro soprattutto a sinistra: perchè chi lotta contro le morti sul lavoro non deve lottare anche contro la devastazione ambientale prodotta dalle aziende (cito nuovamente il caso Ilva: morti, malattie, inquinamento e devastazione del territorio che coinvolge non solo i lavoratori ma tutti i cittadini dl territorio circostante, la società civile in generale)? L’intreccio tra le lotte è strettamente reale e necessario per renderle efficaci e vincenti.
Sconcertante, l’aggettivo usato per definire la sentenza ThyssenKrupp da parte del Pres. degli Industriali Torinesi G. Carbonato, è semmai vedere come nel 2011, con tutte le risorse e gli strumenti a disposizione e tutte le competenze tecniche e scientifiche esistenti, ci siano ancora morti per fame, per malattie perfettamente curabili, per lavoro. E vedere come una gran massa di lavoratori, in Italia e nel mondo, muoia per produrre profitti e ricchezze a cui (oggi) non ha accesso.
L’unico freno oggi esistente al superamento di queste ingiustizie è l’attuale ordine sociale, completamente appannaggio dei soliti potenti.
Occorre quindi lavorare per superare l’attuale sistema, quello marcio e corrotto in cui i valori di riferimento sono richezza e profitti, che genera i Berlusconi, i Marchionne, i Marcegaglia, i Bonanni, gli Angeletti, i Borghezio, e instaurarne un’altro che ponga al centro la dignità e il rispetto dell’uomo. Questo può farlo solo un sistema socialista, dove tutto è pensato, diretto, realizzato, organizzato dalle masse popolari e dai lavoratori in base alle proprie aspirazioni e rivendicazioni.
Si tratta quindi di cambiare musica, non i suonatori.
Citazione
 
 
0 #1 Alfa CD 2011-04-27 19:42
di Geri Steve (xxx.xxx.xxx.203) 27 aprile 11:29

Concordo pienamente, tranne che su un punto: "non si tema che questo porterà le aziende ad abbandonare il paese".

Questo rischio invece c’e’: tanto per cominciare, la Thissen Krupp non avrebbe avuto il coraggio di comportarsi cosi’ in Germania, e non e’ affatto escluso che poi "delocalizzi" dove puo’ risparmiare sulla sicurezza piu’ che in Italia e in Germania.

Pero’ il ricatto della delocalizzazion e va respinto: alla globalizzazione del capitale bisogna rispondere con la globalizzazione dei diritti, quali la liberta’ sindacale, la sicurezza sul lavoro, la sicurezza ambientale.

Persone valide come Guarinello dovrebbero essere poste a dirigere organismi internazionali.

Geri Steve


alfadixit

Per quello che riguarda la mia personale esperienza il fattore sicurezza è forse premiante piuttosto che non punitivo. La delocalizzazion e avviene principalmente per altre ragioni, costi, efficienza ecc.. e su questo argomento, purtroppo, le regole non le possiamo decidere noi ma semmai dobbiamo "cavalvarle", che ci piaccia o no.
Claudio
PS grazie del commento.
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